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NATYASHASTRA

Il Natyashastra attribuito al mitico Bharata è una delle maggiori fonti sulla rappresentazione teatrale e sulla danza. È in lingua sanscrita. Si presenta nella forma di apprendimento tradizionale in cui lo studente seduto ai piedi del suo maestro ne riceveva l’insegnamento. Le informazioni contenute in esso sono vastissime e spaziano in molti campi del sapere. A questo trattato è assegnata una posizione d’onore accanto ai Veda. Esso è conosciuto anche come il quinto Veda o Natyaveda e in quanto tale venerato e rispettato poiché aiuta l’uomo a sviluppare le qualità più nobili.
Il termine natya qui non è usato solo per indicare la rappresentazione teatrale e la danza ma anche tutte le attività incluse nel teatro quindi le prescrizioni di scena, la danza la musica, l’estetica, la dialettologia, il costume, il trucco ecc.
La sua importanza non consiste nell’essere il primo trattato sull’argomento (esistono infatti riferimenti a queste arti in testi anteriori a esso) ma nel fatto di essere il primo a donare a queste arti una codificazione e a fissarne la forma.
Senza voler entrare nelle accese controversie relative alla nascita della danza e quindi se essa emerse dal teatro o viceversa, è sufficiente osservare che queste due forme artistiche si svilupparono parallelamente, integrandosi l’una nell’altra.
Nel testo è Bharata stesso che espone una storia in cui si narra la nascita della danza e del dramma, la loro pratica, gli effetti e l’impiego. La storia racconta che tanto tempo fa i grandi saggi Atri e altri, dotati di autocontrollo e saggezza, visitarono l’eremitaggio di Bharatamuni, esperto nella drammaturgia.
Il saggio Bharata avendo finito le sue austerità e meditazioni quotidiane, era seduto sotto un albero circondato dai suoi discepoli, sua stessa progenie. Lì, accolse rispettosamente i suoi ospiti, offrendo loro come di rito, dell’acqua per rinfrescare le loro mani e i loro piedi, della mistura di latte, frutta e miele come ristoro; quindi i saggi chiesero al sommo Bharata di svelare loro l’essenza del Natyaveda avendo egli ricevuto tale sapienza direttamente da Brahma, il Creatore.
Il primo capitolo di quest’opera prosegue narrando che giunta l’era treta, gli uomini iniziarono a essere vittime di lussuria e avidità, a impegnarsi in attività e rituali degradanti, a essere dominati dalle passioni e dalla gelosia, soggetti alla gioia e al dolore. Gli dei dunque capeggiati da Indra si rivolsero a Brahma con la richiesta di creare un quinto Veda in grado di guarire i suddetti mali e di recare diletto sia agli occhi sia alle orecchie di tutti gli uomini, senza distinzione di casta; un Veda quindi che a differenza degli altri quattro fosse accessibile anche agli shudra.
Accolta la richiesta degli dei il sommo Brahma meditò profondamente sull’essenza dei quattro veda e da una loro sintesi elaborò il Natyaveda.

Il sommo Essere Brahma così rifletté: “Devo comporre un quinto veda, intitolato il Natyaveda, in armonia con le leggende (itihasa) che condurrà al rispetto delle leggi (dharma), al conseguimento delle ricchezze (artha) e del piacere (kama); sarà una collezione di massime e saggi consigli; servirà come guida per tutte le azioni delle generazioni future; sarà arricchito con gli insegnamenti di tutti i trattati autorevoli (shastra) e presenterà ogni tipo di arte e mestiere.
() Prese la recitazione (pathyam) dal Rigveda, il canto (gitam) dal Sama; la gestualità teatrale (abhinaya) dallo Yajurveda e il sentimento (rasa) dall’Atharvaveda. Fu così creato il Natyaveda, connesso con i veda e gli Upaveda, dal Dio Brahma che è onniscente” (Natyashastra, I, 14-18).

Quando il “quinto veda” fu compiuto, Brahma incaricò Devendra di diffondere questa sapienza alle altre divinità e agli uomini. La sua formulazione risultò però di difficile comprensione e così Devendra convocò il saggio Bharata e lo incaricò di trasmettere questa sapienza in forma semplificata, a tutta l’umanità.
La tradizione vuole che Bharata Muni racchiuse la monumentale sapienza in 3600 shloka o versetti in un voluminoso trattato, il Natyashastra e lo trasmise alle future generazioni.
Questa teoria dell’origine non può certo avere pretese di storicità tuttavia lascia supporre che potesse trovare formulazione solo in una società in cui la danza e il dramma godevano di un grande prestigio. Il nome Bharata si incontra già in testi del periodo vedico tuttavia non essendo citato in nessun altro testo e non essendoci chiari riferimenti all’autore del Natyaveda, non è possibile stabilirne una precisa identità storica. L’identità di Bharata è, infatti, avvolta nel mistero ed è materia di studio da parte di molti storici indiani. Bharata è il nome dell’eroe eponimo dell’India e dell’autore del Natyashastra; dal suo nome potrebbe derivare il termine bharata per indicare l’attore. In questa chiave di lettura, il Natyashastra risulterebbe essere una guida alle attività di un bharata, di un attore e quindi chiamato Bharatashastra. Successivamente però questo elaborato assunse il significato di shastra trasmesso da Bharata. Il primo a riferirsi a Bharata Muni come autore del Natyashastra sembra essere tuttavia il drammaturgo Bhavabhuti.
La datazione resta a ogni modo oggetto di dibattiti e sono numerose le date proposte.
L’ipotesi più accreditata è tuttavia quella secondo cui il trattato sarebbe il frutto di diversi autori e sarebbe stato composto in un lasso di tempo molto ampio raggiungendo la stesura attuale all’incirca all’epoca di Bhamaha (IV-V secolo d.C.) e Dandin (fine VII- inizi dell’VIII secolo) o forse anche prima; le parti più antiche potrebbero risalire, infatti, al I secolo d.C. Altri studiosi come ad esempio M. Gosh propongono delle date ancora anteriori fino al 500 a.C., H.P. Shastri lo colloca nel II secolo d.C. Insomma nell’impossibilità di stabilirne una data esatta si accetta un lasso di tempo che va dal I secolo d.C. al VII-VIII.
Dall’VIII secolo in avanti nacquero numerosi commenti a questo testo. Tra questi meritano menzione: Udbhata (VII-VIII secolo); Lollata (metà dell’VIII secolo); Shankuka (813 d.C.) Kirtidhara (IX o X secolo), Abhinavagupta (XI secolo) e altri ancora.
Riconoscendo al dramma delle origini divine, Bharatamuni gli forniva un retroscena non solo religioso ma anche letterario sia per la tecnica sia per la teoria mostrandone allo stesso tempo gli scopi estetici e secolari. Questo profondo legame che la danza intesse con la letteratura, con la religione e con la mitologia costituisce, tra gli altri aspetti, un prezioso aiuto anche nel tentativo di tracciare un profilo storico di quest’arte. La danza classica indiana sarebbe solo una tecnica fredda se non possedesse quella ricca letteratura che è ne alla base. La letteratura è ciò che la rende pregna di significati nobili e che, insieme alla gestualità del corpo e alla musica, ne rappresenta l’anima.
‘Quando una danzatrice danza una distinta tradizione letteraria e religiosa prende vita: essa esprime tramite il movimento del suo corpo, ciò che uno scrittore vuole descrivere attraverso le parole e la poesia.’